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"Per chi resiste"
La cura non è il suo contrario.
Come scrive la call di CHEAP, la cura non è pacificazione: è il primo atto di conflitto contro lo stato delle cose.
Per questo la cura è resistenza, e un gesto profondamente rivoluzionario. Significa proteggere ciò che siamo quando il mondo cerca di definirci, custodire la propria voce quando viene messa a tacere, difendere la propria sensibilità, la propria libertà interiore, la propria identità anche quando non può ancora esprimersi pienamente. È continuare a immaginare possibilità anche quando qualcuno prova a limitarle.
Penso alle donne che, in ogni parte del mondo, affrontano ogni giorno conflitti visibili e invisibili e continuano a difendere il diritto di essere, di scegliere, di prendere parola, di occupare uno spazio. Alcune vivono sotto regimi che ne controllano il corpo, la libertà e il futuro, negando apertamente diritti fondamentali. Altre abitano società che si definiscono libere, ma continuano a confrontarsi con aspettative, stereotipi, disparità e forme più sottili di esclusione e di controllo. Cambiano i luoghi, le culture e le forme dell’oppressione, perché il patriarcato non parla una sola lingua e non indossa un solo volto. Resta, però, la necessità di custodire ciò che nessun potere dovrebbe poter spegnere: il diritto di ciascuna a essere pienamente sé stessa.
Esistono gabbie che non si vedono e giardini che nessuno può estirpare.
La prima forma di resistenza è ciò che nessuno riesce a sradicare dentro di noi.
Ogni libertà nasce due volte: prima nella coscienza, poi nel mondo.
Questa è la tensione che ho cercato di raccontare. Perché il conflitto non è soltanto lo scontro contro ciò che ci opprime, è anche il gesto quotidiano di prenderci cura di ciò che resiste.
Conflitto, con cura.
PH Margherita Caprilli





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